FATECI VOTARE PER LA SANITA’ PUBBLICA

COMUNICATO STAMPA FATECI VOTARE PER LA SANITA’ PUBBLICA: VENERDI’ 28 MARZO LA CONSEGNA DELLE FIRME PER IL REFERENDUM PROPOSTO DAL COMITATO CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DELLA SANITA’ PIEMONTESE. Fateci votare per la sanità pubblica! Venerdì 28 marzo, a partire dalle ore 10.30, il Comitato per il Diritto alla Tutela della Salute e alle Cure sarà presente davanti agli uffici del Consiglio Regionale, in via Vittorio Alfieri 15, dove alle ore 11.15 consegnerà le firme raccolte, finalizzate alla presentazione d’istanza di un referendum abrogativo regionale per fermare la privatizzazione nella sanità pubblica in Piemonte. Il 10 febbraio scorso il Comitato aveva presentato il percorso per arrivare a un referendum abrogativo regionale, per fermare la corsa alla privatizzazione della sanità pubblica e garantire il diritto alla salute per tutti e tutte. Si tratta di abrogare la legge regionale del 2012 che consente di adottare le cosiddette sperimentazioni gestionali, cioè la possibilità alle Asl, autorizzata dalla Regione, di organizzare partecipazioni societarie in organismi misti, quindi di costruire delle società con dei soggetti privati per gestire i servizi veri e propri di cura e di presa in carico di continuità assistenziale. Per fare questo, il Comitato lancia il referendum abrogativo, uno strumento di partecipazione diretta dei cittadini e delle cittadine piemontesi che dovranno rispondere a un quesito molto semplice: “Volete voi che sia abrogata la legge regionale 31 gennaio 2012, n. 1, ‘Sostituzione dell’articolo 23 della legge regionale 23 maggio 2008, n. 12’?” La situazione della sanità piemontese è in emergenza: promuovendo questo referendum il Comitato invita le forze politiche, sia di governo che di opposizione, a cogliere questa opportunità per restituire ai cittadini e alle cittadine piemontesi il diritto di esprimersi.

Il monitoraggio della Spesa Sanitaria – 2024

Questi dati pubblicati a dicembre 2024 confermano le nostre analisi. Vi segnalo queste pagine Pag.68 finanziamenti ai privati ( Piemonte + 4% nel 2023 si allinea alla media regionale 2014-23)Pag. 94 deficit sanita’ PiemontePag. 144 spesa privata Piemonte incremento nel 2023 sopra media nazionale

Le “liste d’attesa” in sanità: la montagna e il topolino

20-08-2024 – di: Giulio Fornero Credit: https://volerelaluna.it/ La legge n. 107/2024, nota come decreto legge “liste d’attesa” in sanità, incomincia con interventi di carattere nazionale (art.1, Istituzione della Piattaforma nazionale delle liste di attesa, e art. 2, Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria), in possibile dissonanza con le norme sull’autonomia differenziata. In particolare, secondo l’art. 2, comma 5, le Regioni sono tenute, entro 90 giorni, «a individuare il Responsabile unico regionale per l’assistenza sanitaria (RUAS), a cui sono attribuiti le funzioni e gli obiettivi tematici e temporali in termini di efficacia ed efficienza dell’assistenza sanitaria e quelli contenuti nel Piano regionale sulle liste di attesa, da adottare con validità annuale, e al quale non spettano compensi, gettoni di presenza, rimborsi di spesa o altri emolumenti comunque denominati. Il RUAS è responsabile in ordine al rispetto dei criteri di efficienza nell’erogazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie e sul corretto funzionamento del sistema di gestione delle liste di attesa e dei piani operativi per il recupero delle liste medesime nonché dell’attuazione e del raggiungimento degli obiettivi contenuti nel Piano regionale sulle liste di attesa e provvede al controllo sull’avvenuto adempimento»: sembra una questione su cui soffermarsi nella valutazione del rapporto tra politici e tecnici “responsabili”. L’ art. 3 (Disposizioni per l’adeguamento del sistema di prenotazione delle prestazioni sanitarie e norme in materia di assunzioni) incomincia con alcune interessanti disposizioni: «Gli erogatori pubblici e gli erogatori privati accreditati ospedalieri e ambulatoriali afferiscono al Centro unico di prenotazione (CUP) che è unico a livello regionale o infra-regionale, secondo le seguenti modalità di accesso alle prestazioni: a) presa in carico della cronicità e della fragilità conseguenti a malattie croniche e degenerative e a malattie rare, con programmazione diretta e senza intermediazione dell’assistito o chi per esso degli accessi alle prestazioni coerenti con il piano personalizzato di assistenza; b) prenotazione al CUP unico a valenza regionale da parte dell’assistito o chi per esso di prestazioni necessitate da sintomi, segni ed eventi di tipo acuto che richiedono un approfondimento diagnostico o terapeutico; c) accesso diretto per la malattia mentale e da dipendenze patologiche e per le prestazioni di assistenza consultoriale; d) accesso a chiamata all’interno di progetti di screening su popolazione bersaglio per la diagnosi precoce di patologie oncologiche o di altra natura cronico-degenerativa». Chiude, però: «Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica» (sic!). Nell’art. 4 (Potenziamento dell’offerta assistenziale in relazione alle visite diagnostiche e specialistiche e aperture straordinarie dei centri trasfusionali) il potenziamento è così inteso: «1. Al fine di garantire il rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni sanitarie, anche evitando le degenze prolungate dovute alla mancanza di disponibilità per gli esami diagnostici, nel limite massimo delle risorse disponibili di cui al comma 3, le visite diagnostiche e specialistiche sono effettuate anche nei giorni di sabato e domenica e la fascia oraria per l’erogazione di tali prestazioni può essere prolungata». Per l’art. 5, «il superamento del tetto di spesa per l’assunzione di personale sanitario» è drasticamente condizionato: «Il predetto incremento della misura massima del 5 per cento è autorizzato, previa verifica della congruità delle misure compensative della maggiore spesa di personale». Nell’art. 6 sono previste Ulteriori misure per il potenziamento dell’offerta assistenziale e il rafforzamento dei Dipartimenti di salute mentale, ma solo «per le regioni destinatarie del Programma nazionale equità nella salute 2021-2027». Infine, nell’art. 7 (Imposta sostitutiva sulle prestazioni aggiuntive del personale sanitario), un contentino per i medici: «I compensi erogati per lo svolgimento delle prestazioni aggiuntive di cui all’articolo 89, comma 2, del contratto collettivo nazionale di lavoro dell’Area Sanità – triennio 2019-2021, del 23 gennaio 2024 […] sono soggetti a una imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15 per cento». Tutto qui. Non sono affrontate nella legge le questioni principali, segnalate come minacce alla salute degli italiani dagli organismi internazionali. In Italia, infatti, il sistema sanitario universalistico è minacciato dalle crescenti spese sanitarie catastrofiche a carico delle famiglie: 12,1 miliardi/anno per prestazioni ambulatoriali, 8,6 per prestazioni odontoiatriche, 9,9 per farmaci, 5,5 per altri beni sanitari, 1,8 per ricoveri ospedalieri, 3,6 per ricoveri in strutture di assistenza sanitaria a lungo termine, 13,7 per badanti a favore di malati cronici non autosufficienti. E, quanto alla appropriatezza e alla qualità delle cure, con riferimento ad alcuni indicatori internazionali, sono ancora troppo elevati la prescrizione e il consumo di antibiotici (cui conseguono infezioni correlate all’assistenza, a causa dell’antimicrobicoresistenza) ed è in dotazione nel pubblico e nel privato un numero troppo alto di apparecchiature a risonanza magnetica (cui possono conseguire interventi chirurgici ad elevato rischio di inappropriatezza). Nello schema di Decreto ministeriale Salute 2023 relativo alle tariffe della specialistica ambulatoriale è, inoltre, riconosciuto che il rapporto costi/ricavi della chimica clinica è tra 58% e 68%, mentre per i laboratori analisi nel complesso è tra 81% e 84%; per le prime visite e per le visite di controllo, il costo stimato è di 41-44 euro, mentre il valore proposto è di 22 euro per le prime visite e di 16,2 euro per le visite di controllo. Questo incentiva l’offerta di prestazioni ambulatoriali nel privato a pagamento diretto. Se si intende incentivare l’offerta di prestazioni ambulatoriali nel sistema pubblico-privato accreditato, occorre valorizzare di più, nel sistema tariffario, le visite e le altre prestazioni ad alta componente umana. A conferma di ciò, vi sono Regioni Italiane in cui l’erogazione dell’assistenza sanitaria ambulatoriale è per più di 80% a cura di strutture accreditate, ma permangono lunghissimi tempi di attesa per le prestazioni ambulatoriali. Un’ultima considerazione. È noto che in Italia è del tutto carente la soddisfazione dei bisogni sanitari e assistenziali delle persone con più di 65 anni che vivono a casa: è questa la ragione principale del grave fenomeno del sovraffollamento dei Dipartimenti di emergenza e delle Degenze ospedaliere, dell’inappropriata utilizzazione delle risorse ad alto costo degli ospedali per acuti e dei lunghi tempi di attesa per ricovero. Alla inappropriata utilizzazione delle risorse ad alto costo degli ospedali per acuti, consegue anche il depauperamento della specialistica ambulatoriale ospedaliera.

Il business della sanità e le liste d’attesa

20-08-2024 – di: Giorgio Cavallero Le liste d’attesa sempre più lunghe e talora inaccessibili sono, nella sanità, un dato di fatto, un’evidenza ingombrante nonostante i numerosi tentativi di occultamento. Recentemente, dopo i richiami della Corte dei conti, la magistratura ha ribadito che non è lecito chiudere le agende delle prenotazioni, ma non è raro che vengano fissati appuntamenti con scadenze superiori anche a dodici mesi. Ovviamente la lunga lista d’attesa colpisce coloro che non possono pagare di tasca propria nel privato o in intra moenia e coloro che non riescono ad aggirarle con sistemi clientelari o utilizzando artifici leciti (o ritenuti tali). Esistono, infatti, diverse “facilitazioni” per l’accesso alle prestazioni sanitarie: il pagamento di polizze sanitarie, l’adesione a fondi di sanità integrativa, le convenzioni di categoria, i sistemi di “welfare aziendale” sono forme di sanità complementare che prevedono dei benefici fiscali e incentivano così una parte della popolazione sottraendo risorse al sistema e, in definitiva, alla generalità degli utenti. E ci sono, poi, forme di agevolazione più ambigue: per esempio in alcuni casi pagando un supplemento è possibile tagliare la coda. Tutto ciò mentre viene giustamente richiesto ai medici di base di indicare e certificare l’urgenza della prestazione. Nel contesto descritto, è evidente che la priorità dell’accesso è dettata quasi esclusivamente dal reddito del paziente e dalla sua capacità di pagare o dalla sua appartenenza a categorie protette, mentre l’urgenza e la gravità della patologia diventano spesso un criterio secondario. Si stravolge, così, il dettato costituzionale: perché la salute non è più un diritto fondamentale e perché, paradossalmente, mentre la Carta afferma che la Repubblica «garantisce cure gratuite agli indigenti» sono proprio questi ultimi a non avervi accesso e a non essere garantiti. La conseguenza è un gravissimo problema di equità, di credibilità delle istituzioni e, in ultima analisi, di carenza di democrazia reale. Lo scorso 18 aprile 2024 Istat ha stimato che, nel 2023, 4,5 milioni di italiani hanno rinunciato a visite mediche per motivi economici e liste di attesa troppo lunghe. In questo quadro, in particolare per le classi più povere, il ricorso al Pronto soccorso diventa l’unica possibilità per ottenere un accesso tempestivo alle cure. Tuttavia l’ingorgo dei servizi di emergenza costituisce un ulteriore problema per il sistema sanitario e per tutta la popolazione oltre che uno strumento anomalo, costoso e inadeguato per gestire le problematiche legate alla cronicità, alla non autosufficienza alla prevenzione e alla cura delle patologie non acute. Non curare una parte della popolazione o curarla in regime di urgenza non è un risparmio: non a caso la Costituzione (i Costituenti erano memori di quanto avvenne con “l’epidemia spagnola”) afferma che la salute è non soltanto «un fondamentale diritto dell’individuo» ma anche «un interesse della collettività». Le infezioni da Covid hanno ulteriormente dimostrato che la salute di ciascuno dipende inesorabilmente anche dal quella degli altri e che è pericoloso e sconveniente anche dal punto di vista economico avere delle sacche di popolazione prive di assistenza sanitaria. Paradossalmente la recente pandemia ha determinato un aumento esponenziale delle sottoscrizioni di polizze sanitarie individuali anziché di investimenti durevoli e strutturali per la sanità pubblica. A fianco della crescita della popolazione esclusa dalle cure, si crea così una grande massa di cittadini che, per curarsi, ricorre al pagamento in proprio. Conseguentemente, la carenza di servizi sanitari costituisce un fattore di impoverimento di una larga fascia di popolazione. In Italia, la spesa sanitaria out of pocket, comprendente tutte le prestazioni sanitarie erogate ai cittadini che prevedono un esborso di denaro da parte dell’utente, continua inesorabilmente a salire. Come ha rilevato il monitoraggio della spesa sanitaria 2023 pubblicato dalla Ragioneria dello Stato, la spesa sanitaria a carico dei cittadini è passata da 28,13 miliardi nel 2016 a 40,26 miliardi nel 2022, con un incremento, solo nell’ultimo anno, del 8,3%, raggiungendo il 22,9% della spesa complessiva contro una media europea del 15,7%. In definitiva i tagli alla sanità pubblica hanno creato un ricco mercato privato che vede costantemente l’ingresso di nuovi soggetti e imprese che orientano gli investimenti. In altri termini, la sanità è un settore che rappresenta un business in costante espansione e durevole nel tempo. Se poi ai privati viene consentito di selezionare sia le prestazioni, evitando quelle meno remunerative, che la tipologia dei pazienti, si comprende la corsa ad entrare nel sistema sanitario. Inoltre nel nostro Paese persiste e prolifera un sistema di commistione pubblico-privato istituzionalizzato senza eguali. In tutto il mondo esistono erogatori pubblici e privati, ma con una chiara distinzione di ruoli e con il servizio pubblico pagatore che decide integralmente le prestazioni e i servizi da erogare e svolge controlli non occasionali ma strutturali. Da noi, invece, si arriva all’autoprescrizione di prestazioni da parte dei diretti fruitori della remunerazione. L’ideologia della commistione pubblico privato – che si traduce in investimenti in partnerariati (preferiti anche quando non necessari), accreditamenti e convenzionamenti con strutture private nonché esternalizzazioni finalizzate a ridurre i salari degli operatori – produce una persistente pratica di devoluzione al privato di funzioni pubbliche che trova nel concetto di sussidiarietà la sua cornice. È la riproposizione estesa di quanto a suo tempo concesso nel campo della sanità, dell’istruzione e dell’assistenza alle strutture ecclesiastiche. È l’ideologia del “meno Stato più privato” che ha caratterizzato gli ultimi decenni, ideologia praticata abbondantemente anche da governi sedicenti “di sinistra”. È in questo quadro che si è determinato l’allungamento delle liste d’attesa, dovuto principalmente a un incremento della domanda Tale incremento, peraltro, è solo in parte ascrivibile ai maggiori bisogni sanitari, pur reali sia per l’aumento della popolazione ultra sessantacinquenne (portatrice di maggiori patologie), sia per il costante progresso delle cure. Esiste, infatti, un pericoloso consumismo sanitario, una costante istigazione ad esami e farmaci inutili, alimentata da pressioni mediatiche (che incidono su una popolazione con una cultura sanitaria scarsa e incerta: del resto siamo un Paese con un livello di scolarità tra i più bassi d’Europa) e dalla conseguente necessità di “prescrivere qualcosa” per assecondare le aspettative di una popolazione fragile ed ansiosa che richiede rassicurazione. Il resto lo fanno gli interessi economici che derivano dall’implementazione dei consumi. Di fatto si calcola che sia inappropriato un terzo delle prestazioni diagnostiche, mentre

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA ORDINARIA GIOVEDÌ 19 APRILE 2018 – ore 17

E’ convocata  l’Assemblea Ordinaria di Prospettive Comuni – giovedì 19 aprile 2018 – ore 17 – C.so Francia 8, Torino – Ordine dei Medici (Ore 17,30 in seconda convocazione – Sala Carrozze -Ingresso dal Cortile) Ordine del Giorno: Relazione attività svolta dall’Associazione Discussione programma 2018: iniziative e organizzazione Collaborazione con altre associazioni Rinnovo e completamento organi statutari Bilancio consuntivo 2017 Bilancio preventivo 2018 Varie ed eventuali

LA SANITA’ DEL PIEMONTE MAI IN DEFICIT DAL 2005 COME CERTIFICA IL SENATO

La sostenibilità del Servizio sanitario nazionale con particolare riferimento alla garanzia dei principi di universalità, solidarietà ed equità Senato della Repubblica- giugno 2015 Il Senato certifica che la  Sanità del Piemonte non è mai stata in deficit dal 2005. Incomprensibili piani di rientro e tagli alla sanità. Dieci anni di disinformazione. Il documento fa il punto dei lavori della 12^ Commissione Igiene e Sanità del Senato sul tema “La sostenibilità del Servizio sanitario nazionale con particolare riferimento alla garanzia dei principi di universalità, solidarietà ed equità”. L’indagine si è sviluppata nella consapevolezza che il tema della sostenibilità complessiva del sistema sanitario nazionale deve essere affrontato tenendo conto non solo dei vincoli macroeconomici di finanza pubblica (importanti ma non sufficienti, e forse fin troppo sovrastimati nella nostra realtà), ma anche di ulteriori punti di vista seguendo un approccio multidimensionale, rigoroso ma globale, in grado di favorire una visione meno parziale delle politiche per la tutela della salute. [icons size=” custom_size=” icon=’fa-file’ type=’normal’ position=” border=’yes’ border_color=” icon_color=” background_color=” margin=” icon_animation=” icon_animation_delay=” link=” target=’_self’] leggi il documento del Senato